Compleanno col Botto (Letteralmente): Quella volta che un albero di 20 metri ha deciso di farmi la festa

Se guardate l’organigramma della mia azienda, alla voce “Sicurezza” leggete il nome di Daniele Moltoni. Lui è quello bravo, quello che ci fa rigare dritto sui cantieri. Io sono Antonio, l’Amministratore, quello che dovrebbe dare il buon esempio. Eppure, la lezione più grande sulla sicurezza (e sull’umiltà) non l’ho imparata in un corso di formazione, ma nel cortile della nostra sede, il giorno del mio compleanno.

Il piano perfetto (o quasi)

La scena è questa: siamo nella nostra sede di Via dei Sulpici. Un posto che amo, perché l’abbiamo comprato con sudore e sacrificio per dare una casa solida a Edil.Art. C’era però un problema: degli alberi secchi, alti oltre 20 metri, che minacciavano di cadere.

Da buon imprenditore edile, penso: “Li tiriamo giù noi. Che ci vuole?”. Chiamo i rinforzi: Fausto, il mio mitico vicino, che si presenta con il suo muletto a benzina. Un mezzo che ha visto più battaglie di un carro armato.

La strategia sembrava ingegneristica:

  1. Imbracare gli alberi con cavi d’acciaio spessi così.
  2. Usare il muletto di Fausto per “guidare” la caduta.
  3. Tagliare alla base.
  4. Festeggiare il lavoro fatto e poi correre a casa per la mia festa di compleanno.

I primi alberi vengono giù come soldatini. Timber! Ci sentivamo invincibili. La fisica era nostra amica. O almeno, così credevamo.

L’ultimo albero e la fisica traditrice

Arriviamo all’ultimo. Il più bastardo. Facciamo tutto come da manuale. Cavo in tensione, Fausto sul muletto pronto a tirare, io con la motosega. Ma gli alberi, ho scoperto quel giorno, hanno un’anima. E questo qui era un anarchico.

Invece di seguire la linea del cavo d’acciaio, l’albero ha fatto una torsione improvvisa. Non è caduto dove doveva. È caduto… verso di me. Non mi ha preso in pieno (altrimenti non sarei qui a scrivervi), ma un ramo o un pezzo di tronco mi ha colpito in testa con la precisione di un cecchino.

Buon compleanno, Antonio

Il mondo si spegne per un secondo. Quando riapro gli occhi, la prima cosa che sento è caldo sulla faccia. Sangue. Guardo l’orologio: tra poche ore ho gli ospiti a casa. C’è la torta, ci sono i regali. E io sono qui, in mezzo alla segatura, con la testa aperta.

Corsa in ospedale. Il medico mi guarda, guarda il taglio e sospira: “Signor Guerrera, per il compleanno le regalo 5 punti di sutura”.

Niente di gravissimo, per fortuna. Ma mentre mi ricucivano, ho avuto tempo per pensare. E ho capito che me la sono rischiata davvero.

La lezione (perché c’è sempre una lezione)

Perché vi racconto questo? Perché un’azienda che parla di “costruire felicità” e “sicurezza” deve essere onesta.

  1. L’imprevisto è sempre in agguato: Puoi pianificare tutto (cavi d’acciaio, muletto, calcoli), ma se sottovaluti il rischio, la realtà ti presenta il conto. È lo stesso motivo per cui nei nostri cantieri insistiamo tanto sul POS e sui DPI. Perché quando lavori, il “rischio zero” non esiste, esiste solo la preparazione.
  2. Ognuno il suo mestiere: Io costruisco case, ristrutturo appartamenti, gestisco un’azienda. Non sono un boscaiolo. A volte, l’orgoglio del “faccio tutto io” (tipico di noi imprenditori, come dice anche il mio report aziendale che mi bacchetta perché non delego abbastanza ) ci porta a fare sciocchezze.
  3. La fragilità: Ci sentiamo forti, solidi come il cemento armato. Ma bastano un attimo e un ramo secco per ricordarci che siamo umani.

Quella sera sono andato alla mia festa con una fasciatura in testa che sembrava un turbante. Ho brindato, ho riso, ma ho guardato le persone intorno a me con occhi diversi.

Oggi, quando un cliente mi chiede “Ma è proprio necessario spendere soldi per la sicurezza in cantiere?”, io sorrido, mi tocco la piccola cicatrice che ho sotto i capelli e rispondo: “Fidati. È la spesa migliore che farai. Perché la casa si ripara, la testa no.”

Buon lavoro (in sicurezza) a tutti.

Antonio Guerrera Quello che ora gli alberi li fa tagliare ai giardinieri.

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